Vincenzo Florio III

Vincenzo Florio III

Irrequieto sin dalla nascita, Vincenzo Florio. Quel 18 marzo 1883 il parto fu  difficile e laborioso. Il moccioso si dimenava, aveva fretta di venire al mondo. La madre Giovanna D’Ondes Trigona era all’ottavo mese e due settimane. A quel punto la “mammana” prese in mano un  forcipe e lo portò al mondo. Poi nella vita Vincenzo è stato un vulcano perennemente in attività. Giovane, bello, ricco, estroso, colto, moderno, qualità che fecero di Florio un indimenticabile eroe del Novecento. Nel marzo 1898 il barone Guccia acquistò una vetturetta quattro cilindri e Vincenzo rimase stregato da quel mezzo. Era la prima volta che si vedeva circolare una mezzo simile a Palermo. Il giovane di Casa Florio cominciò a frequentare assiduamente la villa Guccia al Papireto e il 5 aprile 1898 colse l’occasione per farsi regalare dal fratello Ignazio il triciclo-automobile De Dion Bouton. Intanto, per acquisire una migliore conoscenza della vita e comprendere come andava il mondo, a soli quindici anni si recò per un  po’ di tempo a Parigi dal cognato della sorella Giulia, Ottavio Lanza di Camastra, e poi ospite a pagamento a Londra dell’Eton College. Si sviluppò in quel periodo la sua sensibilità per le arti. Era preso dalla passione per la pittura. Stravedeva per Renè Lalique, Duilio Cambellotti, Aleardo Terzi. Alimentò l’interesse per la musica, per il teatro e la fotografia. Il salotto della madre all’Olivuzza era frequentato da  Matilde Serao, Gabriele D’Annunzio, Giovanni Boldini, Thomas Lipton, Nathaniel Rothschild. In questo santuario di Casa Florio arrivarono anche re e imperatori. Raggiunta la maggiore età, il 18 marzo 1904, Vincenzo esordì alla grande sulle cronache mondane, debuttando come organizzatore della “Coppa Panormita di Automobili”, che si disputò sul percorso Palermo-Monreale. Nelle tribunette di corso Calatafimi tra le belle signore in ghingheri, si aprì una competizione di sorrisi accattivanti. E si era abbagliati, ipnotizzati dai gioielli, alcuni commissionati a Parigi tra le griffe più rinomate. Vestiti e gioielli si intrecciavano in una eleganza mozzafiato. La prima gara inventata da Florio fu vinta da Ludovico Majorca su Fiat 24 HP, al quale andarono 1.200 lire. Franca Florio, cognata di Vincenzo, occupava sempre la copertina, stupiva non soltanto per la sua avvenenza, ma anche per il suo stile di vita e l’esclusivo abbigliamento, sempre all’ultimo grido. Palermo viveva gli ultimi lampi di Belle Epoque. La nobiltà e l’alta borghesia davano sontuosi ricevimenti sotto forma di ballo nelle dimore settecentesche, in contrasto con la miseria dei vicoli che circondavano le case patrizie. Donna Franca con grande entusiasmo affiancava Vincenzo nel carosello organizzativo dei balli, corso dei fiori, lotterie, gare di lawn tennis, di ciclismo, di automobilismo, di aviazione. Vincenzo fu sicuramente il pioniere della comunicazione in Sicilia e il turismo sotto la sua guida visse momenti magici. Nel silenzio dell’Olivuzza Vincenzo  Florio, dopo la felice esperienza della cronoscalata, andò sempre più maturando l’idea di allestire una grande competizione lungo il territorio delle Madonie. Nella primavera del 1905 volle portare in giro per quelle montagne il marchese della Motta, suo amico e soprattutto grande esperto di motori. I due partirono a bordo di una Fiat di sua proprietà  e cominciarono a macinare chilometri lungo le tortuose strade madonite. La gita ebbe lo scopo di tracciare un percorso dove disputare una corsa di automobili.

Quando giunsero a Castelbuono, seduto davanti al castello dei Ventimiglia, non ebbero più dubbi: la gara era realizzabile. La certezza a Geraci, che per la sua posizione fu nel passato teatro di dure vicende guerresche. A quel punto Vincenzo disse all’amico Della Motta: “Si chiamerà Targa Florio”. La gara doveva servire a richiamare l’attenzione dei turisti verso la Sicilia, con un itinerario straordinario di terra, mare, sole, storia, testimonianze architettoniche ruggeriane e federiciane e tanto altro ancora.

Il 6 maggio 1906, alle 6 in punto, venne dato il via alla prima Targa Florio in uno scenario pittoresco, tra festoni di ulivo e ginestre. Le vetture scattarono rombanti e fumiganti. Nell’interminabile susseguirsi di curve dopo 9 ore 32 minuti e 22 secondi  trionfò il torinese Alessandro Cagno su Itala. Da quel  momento la Targa Florio è diventata una leggenda.

Alcuni mesi prima della “Targa”, in un locale in Boulevard des Capucines a Parigi, Vincenzo Florio s’imbatté nel cinema. Al prezzo di un franco assistette al filmato in movimento di vetture sportive. Di fronte all’invenzione dei fratelli Louis e August Lumière, Vincenzo rimase stregato. A Parigi si trovava anche il fotografo e cineoperatore fiorentino Raffaello Lucarelli. Dopo una colazione lo invitò ad aprire a Palermo la prima sala cinematografica in piazza Verdi, 58-59. Fu Lucarelli, con proiezioni legate alla Targa Florio del 1906 e al muto della casa “Pathé Frères”, a far conoscere la fotografia in movimento ai palermitani.

Florio, uomo della comunicazione ante litteram, creò la rivista “Rapiditas”, l’organo ufficiale della “Targa”. Volle far conoscere subito al mondo la sua “creatura” e pubblicò con dovizia di mezzi il raffinato volume,  scritto in ben quattro lingue: italiano, francese, inglese e tedesco. Nella copertina del primo numero, una tempera del romano Duilio Cambellotti, che immortalò un gruppo di piloti gentiluomini intenti ad osservare una carcassa di animale, probabilmente finita addosso a qualche vettura. L’artista sviluppò uno stile molto personale con riferimenti e legami all’Art Nouveau.

Palermo, nel 1906, veniva sempre più contaminata dal fascino del liberty di Ernesto Basile e dai mobili raffinati sfornati dalle abili mani di artigiani della ditta Ducrot. All’ombra del Monte Pellegrino la città appariva festosa ed elegante. In quel 1906, la mente di Florio sfornò anche le “Feste di Palermo” e s’inventò le vignette chiudi-lettere, gli erinnofili, da apporre sulle lettere in partenza. Lui stesso scelse i soggetti: il Monte Pellegrino visto dal Foro Italico, la Zisa, il Palazzo Reale, Porta Nuova, la Cattedrale, Villa Tasca. L’idea degli erinnofili era stata pensata per far comprendere ai turisti la storia e le bellezze artistiche della Palermo Millenaria.

Don Vincenzo Florio  fu un continuo produttore  di idee  e il 20 maggio 1913 decise di fondare l’Automobile Club di Sicilia, con sede nel suo palazzo di via Catania, per dare maggiore impulso al risveglio culturale ed economico dell’isola. L’atto costitutivo, però,  venne ufficializzato il 20 dicembre 1913.  Fra i soci fondatori il principe Girolamo di Petrulla, il conte Lucio Tasca Bordonaro, il marchese della Scaletta, il principe Rodrigo Della Motta; soci onorari il duca degli Abruzzi e il granduca Dimitri di Russia”.

Dopo la Grande Guerra Vincenzo Florio si chiuse nel suo palazzo di via Catania e da quel momento su Palermo si abbatté un diluvio di manifestazioni.  Diede vita alla decima  “Targa” e fece partire anche la prima edizione della “Primavera Siciliana” con sfilate di carri allegorici, veglioni, balli carnevaleschi, corse di biciclette, gare di motociclismo, di cavalli e tanto altro ancora. Con l’incremento turistico vennero costruiti nuovi alberghi, stabilimenti balneari  e l’intera rete stradale della Sicilia, grazie ai contributi del governo centrale.

Il primo ottobre 1923, mentre Don Vincenzo Florio si trovava a Parigi per assistere al Salone dell’Automobile, scoppiò un violento  incendio in piena notte nelle tribune della “Targa”. Le fiamme, alimentate da un forte vento, distrussero completamente la struttura in legno che in poco tempo si ridussero in cenere. Andarono perse anche le lapidi in marmo che recavano incisi in oro i nomi di tutti i vincitori delle passate edizioni a partire dal 1906. Don Vincenzo non si scoraggiò. Dalla capitale francese spedì un telegramma ai suoi collaboratori: “A giorni sarò a Palermo e riavremo tribune più belle e più comode”.

A distanza di tre settimane i lavori ripartirono. In pochi mesi vennero costruiti impianti in cemento armato e Floriopoli risorse più ampia, con tribune per il pubblico, il palco destinato alla stampa, il quadro di segnalazione  dei tempi dei corridori, un punto ristoro.

Nel 1930 La Sicilia entrò nella storia del Giro d’Italia . Fu Vincenzo Florio, dopo lunghe pressioni, a far breccia nel cuore di Emilio Colombo, direttore della Gazzetta dello Sport, ed in quello di Armando Cougnet, direttore tecnico della corsa. I due massimi responsabili del Giro, quell’anno, destinarono tre tappe alla Sicilia: Messina-Catania di 174 km, Catania-Palermo di 258 km e Palermo-Messina di 257 km. La città dello Stretto ebbe il privilegio di essere stata scelta come sede di partenza della carovana del 18° Giro d’Italia.

Nel 1933 si aprirono roventi polemiche in seno all’Automobile Club di Sicilia, nelle quali non mancò lo zampino della politica. Nell’edizione del 1934 Vincenzo Florio fu messo in secondo piano dal regime e l’organizzazione della Targa passò al R.A.C.I. delegazione di Palermo.

Con la fine della seconda guerra mondiale si tornò a vivere. I cuccioli cresciuti accanto a Vincenzo Florio fecero rivivere ai siciliani l’emozionante e spettacolare “Targa “. Su tutti c’era il nipote Raimondo Lanza di Trabia. Il giovane principe si diede un gran da fare e, con l’autorizzazione dello zio Vincenzo, organizzò l’8° Giro di Sicilia mettendo in palio la mitica “Targa”.

Nel 1954 Raimondo Lanza di Trabia pose fine alla sua vita suicidandosi. Toccò a Vincenzo Florio riprendere in mano la corsa madonita. Nella nuova avventura, Florio si avvalse della collaborazione del giovane nipote Cecè Paladino. La “Targa” e le attività collaterali ebbero un grandissimo successo di pubblico. Personaggio centrale nella vita di Vincenzo Florio fu Lucie Henry, la sua seconda moglie. Donna affascinante dai modi gentili, amante dei salotti e delle buone maniere. Modella francese contesa da pittori famosi, tra cui Federico Beltràn Masses, Vincenzo la conobbe nel 1912, in una libreria all’ombra della Tour Eiffel. Lei era colta, brillante, sportiva. Tra i due fu subito colpo di fulmine.

Il 6 gennaio 1959 a Palermo arrivò la notizia della morte a Epernay di Vincenzo Florio, la sua scomparsa si diffuse per il mondo. Oggi il suo nome è nella leggenda.

VINCENZO PRESTIGIACOMO